Dal 1896 al 2026, il battito del tempo scorre sulla stessa tela: un motivo che viaggia, invecchia bene, cambia senza tradirsi. Il Monogram di Louis Vuitton non urla: sussurra storie di partenze, ritorni e mani che sanno fare.
C’è un dettaglio che ci torna in mente quando vediamo quella tela. Il riflesso caldo della vachetta, la patina che racconta chilometri. Non è solo moda di lusso. È memoria portatile.
Prima di tutto, i fatti. Il Monogram nasce nel 1896. Lo disegna Georges Vuitton per rendere la tela più difficile da imitare e per onorare suo padre, Louis. Quel motivo alterna iniziali “LV”, fiori e rosette ispirate al gusto decorativo di fine Ottocento. È stampato su tela cerata, una coated canvas leggera e resistente. Fonte: archivi storici della Maison e documenti d’epoca. A Asnières, dal 1859, il laboratorio di famiglia raffina questa idea: bagagli robusti, chiusure sicure, linee pulite.
Il risultato? Una grammatica visiva chiara. Niente fronzoli, solo funzione e forma che si tengono per mano. Il Monogram finisce su bauli, poi su borse leggendarie. La Keepall per il viaggio leggero (anni Trenta). La Noé del 1932, creata per trasportare cinque bottiglie di champagne. La Speedy, resa celebre nella misura 25 dagli anni Sessanta. Questi modelli esistono perché servono, non per posa. E il motivo li lega come un timbro di autenticità.
Solo a metà storia si capisce il punto centrale. La forza del Monogram non è nostalgia. È capacità di dialogo. Nel 1997 arriva Marc Jacobs e apre la porta alle collaborazioni artistiche. Nel 2001 Stephen Sprouse graffita il logo. Nel 2003 Takashi Murakami moltiplica i colori su fondo bianco e nero. Nel 2012, poi nel 2023, Yayoi Kusama punteggia la tela con i suoi dot. Nel 2017 la capsule con Supreme unisce skate e heritage. Ogni volta il simbolo si sposta di pochi millimetri. Ma resta leggibile.
Hanno un senso anche i dettagli tecnici. La tela Monogram è pensata per resistere, essere leggera, affrontare pioggia e sole. Le rifiniture in pelle naturale cambiano tono con l’uso: è un invecchiamento voluto, non un difetto. Cerca un manico di vent’anni e capirai: il materiale respira con chi lo usa.
Cosa significa allora arrivare al 2026? Centotrenta anni non sono un numero tondo qualsiasi. La Maison non ha ancora annunciato un programma ufficiale (dato non confermato al momento della scrittura). È plausibile aspettarsi edizioni speciali, archivi aperti, conversazioni con artisti e maestranze. Ma il vero anniversario è visibile già adesso: l’equilibrio tra artigianato e cultura pop, tra brevetti e immaginario, tra bottega e globale.
Una nota personale. Ogni volta che vedo un Monogram consumato agli angoli penso a una mappa. Le linee d’usura sono strade. Le cuciture, confini. Forse è per questo che il motivo non stanca. Ci invita a partire, ma anche a tornare. E tu, quale traccia vorresti lasciare sulla tua prossima valigia?
Bobbi Brown rivoluziona il mondo del trucco con Jones Road Beauty, proponendo un approccio naturale…
Questo articolo sottolinea l'importanza di staccare la spina degli elettrodomestici, in particolare il ferro da…
Scopri come preparare un autentico pesto genovese, rispettando la freschezza degli ingredienti e le tecniche…
Le Sleep Spa combinano tecniche orientali e occidentali per migliorare il sonno, offrendo massaggi, agopuntura…
Scopri come trasformare un fine settimana invernale in un ritiro rigenerante con una body routine…
L'assenza di Timothée Chalamet al party di Natale delle Kardashian 2025 solleva domande. L'articolo esplora…